“Oggetti smarriti”

Aria. Ecco cosa mi manca qua dentro, aria. Non respiro piu’ con questo odore di mandarino che mi trapana il cervello. “Floraaa! E’ mai possibile che appena inizia l’inverno tu debba avvelenarci con le tue bucce di mandarino? Lo sai no, che mi fanno venire il mal di testa!”. “Mmm, senti chi parla, la signorina tu mi stufi! Ho bisogno della vitamina C per prevenire il raffreddore. E poi che dovremo dire della tua puzza di sigarette? Quella si’ che ci avvelena. Ma tu te ne freghi, ecco si’, te ne freghi dei cartelli di divieto. Ma prima o poi qualcuno si stanca e chiama l’ispettore della Asl, poi vediamo dove ti vai a nascondere per fumare, per riempirti i polmoni di catrame”. “Ah si’? E chi sarebbe questo qualcuno che si stanca? Tu magari?”. “Ragazze insomma non fate le sciocche! Non riesco a concentrarmi se continuate ad urlare in questo modo…”. Flora e Silvana scrutarono Sonia con aria di sfida, ma poi scoppiarono a ridere. Sarebbe stato un bersaglio troppo facile per le loro critiche. Bassa, di sicuro sotto la media. Il busto pero’ era lungo, troppo, e le gambe arcuate, come quelle di un fantino. Certo gli occhi erano azzurri, ma quasi scomparivano appoggiati su quelle gote paffute. E poi c’era il neo, piazzato li’, in mezzo alla fronte. Due, tre peli facevano capolino da quella piccola protuberanza scura e molliccia. E lei, Sonia, neanche si sognava di camuffarlo sotto una studiata frangetta. No. C’erano dei giorni in cui arrivava in ufficio con delle mollettine ai lati delle orecchie che tendevano i capelli come due sipari intorno al suo fibroma pendulo, come amava definirlo. Flora sistemo’ i resti del suo mandarino nel sacchetto del supermercato, e seppelli’ tutto in un cassetto. Poi prese la sua bottiglia d’acqua, controllo’ che fosse gia’ mezza vuota e ne trangugio’ un lungo sorso per ingoiare le capsule di lievito di birra. Spari’ sotto la scrivania per qualche minuto e riusci’ fuori con una pentola piena di acqua calda fra le mani, pronta a fare i suoi suffumigi quotidiani. Silvana alzo’ gli occhi al cielo, si accese una sigaretta, si spinse gli occhiali su per il naso e si mise a riempire la scheda di descrizione di un ombrello, sgranocchiandosi rumorosamente un’unghia. Tessuto di nylon a quadretti scozzesi rossi e verdi, apertura a scatto, manico in finta tartaruga. Il solito acquisto fatto di fretta sotto una pioggia improvvisa e poi dimenticato al primo raggio di sole. Lavoravano tutte e tre nell’ufficio oggetti smarriti da cinque anni. All’inizio era eccitante catalogare la sbadataggine piu’ o meno grave delle persone. Si mettevano a ridere quando gli recapitavano per esempio un paio di stampelle. Come aveva fatto il proprietario a tornare a casa senza il loro sostegno? “Ecco a voi signore mie, un altro miracolo! – si sbracciava Sonia - E con questo bel paio di grucce siamo a sei quest’anno!”. Era l’unico barlume di vita che esplodeva inaspettato da quella sciatta ragazzotta. Nella sua testa seminata di mollettine riusciva a tenere il conto di tutti gli oggetti che entravano in quell’ufficio. Silvana la ammirava per questa sua particolarita’ e di nascosto l’aveva iscritta a uno di quei quiz televisivi. Tempo sprecato. Sonia era caduta dalle nuvole quando la produzione l’aveva contattata, e si era nettamente rifiutata di partecipare alle selezioni. Preferiva rimanere sepolta tra montagne di ombrelli, borse, penne e cappelli lasciati dovunque, in giro per la citta’. Era sempre la prima ad arrivare la mattina e l’ultima a salutare il portiere la sera. Sembrava quasi che stesse li’, in quell’ufficio, in attesa che qualcuno si ricordasse di lei, qualcuno che l’avesse smarrita un giorno lontano. Anche quella mattina, col giornale sotto il braccio e la busta della spesa che le segava una mano, Sonia infilo’ la chiave nella serratura dell’ufficio. Ma la porta era gia’ socchiusa. Dentro la stanza, seduto accanto alla finestra c’era un uomo. “Buongiorno, mi ha fatto entrare il portiere” disse rassicurando Sonia che lo fissava impietrita. La donna poso’ la busta della spesa vicino alla sua scrivania non perdendo mai di vista l’intruso. “Buongiorno a lei, mi dica. Ha smarrito un oggetto oppure ha trovato qualcosa che ci vuole consegnare?” gli chiese appena l’emozione le lascio’ aprire bocca. “Niente di tutto questo…io mi sono smarrito…mi sono perso” rispose l’uomo con una rassegnazione profonda che avvolse Sonia in un tiepido abbraccio. Quando Silvana e Flora arrivarono in ufficio, trovarono la loro collega e l’uomo che catalogavano gli oggetti smarriti, sfiorandosi le mani mentre si passavano le schede gia’ compilate. “Tre penne, quattro cappelli, due valigie, guarda, oggi hanno perso anche un passeggino per bambini, ma dove andremo a finire” ridacchio’ Sonia con gli occhi piantati sullo sconosciuto. “Ehmm, scusate se interrompiamo questa romantica scenetta, ma potremo sapere cosa sta succedendo? Abbiamo un nuovo collega?” esordi’ acida Silvana quasi indispettita da quell’attimo di imbarazzo che aveva provato. I due si voltarono attirati dalla voce e guardarono le due donne in piedi sulla porta con un’aria ebete. Non c’era niente da dire, niente da rispondere. Finalmente si erano trovati.

 

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