224 dicembre. Ore 23,23. Tutto e' pronto. Riepilogo velocemente i miei strumenti da lavoro. Penna che scrive (ho fatto gia' due prove). Taccuino con anelli (di quelli che giri facilmente le pagine).Microregistratore con tanto di batterie cariche (potrei fare una bella suoneria con il suo oh-oh-oh).
Ho indossato il completo di vinile lucido. Maglietta con collo a lupetto e fuseaux.
Tutto nero.
Le scarpe le ho tolte.
I tacchi fanno scricchiolare il parquet.
Mi sono appostata nel buio. L'elemento sorpresa e' essenziale. Non voglio che mi veda. Non subito almeno.

Ripasso a mente le domande. Sento caldo. Verifico ancora che la penna scriva.
Ce la puoi fare. Ce la puoi fare. Ce la puoi fare.

Poi i passi. Pesanti. Stanchi.
Le luci dell’albero sfumano una sagoma pingue. Me lo ero sempre immaginato cosi’. Non mi muovo.
Ce la puoi fare. Ce la puoi fare. Ce la puoi fare.
Tira fuori un pacco. Un altro. Sgranocchia un biscotto e immagino la sua lunga bianca barba costellata di piccole briciole.

Ora. E’ il momento.

Accendo le luci e inciampo sul suo sacco. Ecco, adesso gli chiedo se puo’rispondere a qualche domanda. Giusto un paio.
I suoi occhietti si fanno piccoli piccoli. Ridono.
Non si e’ arrabbiato. Lo devo dire domani a mia nonna.

Mi aiuta a rialzarmi.
Mi mette un dito sulla bocca.
Forse ha un pacco anche per me. Fruga nel sacco. E io che non ho nemmeno scritto la lettera quest’anno.
Rosso, oro. I colori del Natale. Il nastro luccica. Lampi di luce natalizia mi avvolgono il corpo.
E’ un attimo.
Le mani. I piedi. Le gambe. La bocca.

Oh, oh, oh….

PS: aveva ragione mia nonna, mai aspettare alzati Babbo Natale!