“La calza”

“Ancora quella calza!”. Viola tasto’ svogliatamente il tavolo con una mano in cerca della bottiglietta appiccicosa di ketchup e la piazzò sotto il naso del suo vicino di bancone senza staccare gli occhi dal fumetto: “Eccovi la salsa!”. “Scusi ma io ho detto calza, calza, non salsa!” replico’ l’uomo. Si avvicinava alla quarantina, fisico asciutto, testa rasata e lunghe ciglia. Viola riemerse dalle pagine e alzo’ lo sguardo con aria interrogativa: “vuole che le passi una calza?”.
“Ecco, lo vede perchè è da tre giorni che indossa sempre questa benedetta calza smagliata?! Ma dove lascia la testa quando esce di casa?”. Tre giorni, calza smagliata, ma di cosa stava parlando quell’uomo? Gli occhi. Si sentiva i suoi occhi piantati addosso. Arrossì. Abbassò il mento e finalmente vide la calza. Smagliata naturalmente. Non se ne era accorta quella mattina, tantomeno tre giorni prima. “E’ che mi vesto sempre al buio…” balbettò imbarazzata allungando la mano su quell’impalpabile solco che risaliva sulla sua gamba affusolata. Poi si rese conto che si stava giustificando con un perfetto sconosciuto, posò le mani sul bancone allungandosi sulla schiena e chiese indignata: “Ma lei è un pazzo, un maniaco…o cosa?”. “No, sono un ingegnere niente di più, si forse sarò un pò maniacale nell’ordine, ma certo che vedere una bella ragazza con la stessa calza smagliata per tre giorni di seguito…”.
Viola lo guardò dubbiosa, aggrottò la fronte e poi scoppiò a ridere. Non si era mai accorta di quell’uomo prima. Erano due anni che mangiava in quel locale tutti i santi giorni, alla stessa ora, seduta allo stesso posto, divorando fumetti e mangiucchiando giusto qualcosina per far tacere il suo stomaco. Una cameriera versò nelle loro tazze del lungo caffè bollente. “Lo sapevo – disse poi alla sua collega sistemando il bricco di vetro sul fornello elettrico – la luna transita nei pesci e marte è agguerrito nella casa dello scorpione”. Lula la squadrò allucinata da sotto la visiera della divisa da cameriera. Lavorava da poco in quel locale e ancora non si era abituata alle stranezze di Gisy, la cameriera con più anni di servizio in quel posto. “Scusa non ti seguo…” disse Lula ingenuamente. Gisy si arrese: “ma non lo vedi? Quella ragazza, quella Viola, finalmente scambia due parole con qualcuno, è un miracolo! E poi lui non è niente male, viene a mangiare qua da qualche mese e sta molto attento a quello che ordina: mai un fritto e pochissimi grassi”. “Si va bene e allora?” ciancicò Lula per niente turbata dalle informazioni. “Ma proprio non lo capisci? – disse impaziente Gisy – non senti l’elettricità che c’è nell’aria? Quei due se la intendono, si sono piaciuti subito”. “E tu chi sei per dirlo, il loro angelo custode?”. Gisy la fulminò con lo sguardo: non tollerava essere presa in giro dall’ultima arrivata. La conosceva bene lei la gente, e conosceva anche quell’alchimia che avviene una sola volta nella vita tra due persone. “E’ meglio che stai attenta ai tuoi hamburger, ti si stanno bruciando un’altra volta!” disse scocciata. Poi si voltò a scolare le patatine fritte, ma un prurito insistente dietro la schiena all’altezza delle scapole la stava torturando. Con un lungo mestolo si grattò soddisfatta. Da sotto i suoi vestiti caddero a terra due piccole piume bianche.

 
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