"Un agguato, ma chi è la preda?"

La porta in legno e vetro smerigliato dell’ufficio di Liv, al quarto piano del “The Ropeville Chronicle”, si aprì come sospinta da un uragano, rimbalzando con un sinistro rumore contro gli innumerevoli schedari metallici che occupavano l’intera parete di sinistra della stanza.
“Capo! Capo, è arrivato un pacchetto per lei… Magari è una bomba da qualche suo nemico!” esclamò a gran voce Thomas, il fattorino del giornale.
Il ragazzo, che da poco aveva superato i vent’anni, aveva l’entusiasmo di un ragazzino e il fisico muscoloso di un giocatore di rugby, i corti capelli biondi tagliati a spazzola non riuscivano a dargli l’aria seria o truce che lui sperava di avere, poiché il suo gioviale sorriso e i suoi modi tutt’altro che pacati rovinavano l’effetto.
“Thomas, ti ho detto mille volte di non chiamarmi capo!” sospirò rassegnata la donna che sedeva dietro la pesante scrivania di legno intarsiato, scurito e lucidato dal tempo e dall’uso.
Al momento la bionda platinata, con il suo particolare taglio da paggetto che ben si intonava alle fattezze del suo viso, stava dando le spalle alla porta, impegnata a riempire con una vecchia macchina da scrivere a nastro un foglio di carta che sarebbe diventato l’ultimo dei suoi ormai famosi e a volte fastidiosi articoli. Nei tre anni che Miss Latexale aveva lavorato per il più importante nonché unico giornale di Ropeville, il suo nome era quasi un’imprecazione sulla bocca dei malavitosi e dei poco di buono della città. Grazie a lei e alle sue indagini molte mele marce erano state eliminate dalla società, e certo questo le aveva procurato e le procurava ancora alcuni piccoli problemi quali minacce, lettere intimidatorie e, da parte dei più arditi, sortite nel suo appartamento e rapimenti, fortunatamente sempre conclusisi nel migliore dei modi.
“Scusa capo…” mormorò lui mortificato, abbassando la testa.
“Lascia perdere…” ridacchiò lei, sempre voltata, continuando a battere a macchina, la sua figura nascosta dall’alto schienale della sedia in cuoio. “sai che se continui ad aprire le porte in quel modo finirai per romperle?”
Thomas mugugnò qualche cosa, e Liv fu sicura che era anche diventato rosso come un peperone.
“Non ho capito…” disse lei, sebbene avesse perfettamente inteso quello che il ragazzo aveva borbottato.
“Ne ho già rotta una. Quella del grande capo…”
La reporter scoppiò a ridere e si voltò, piroettando sulla pesante sedia che aveva ospitato prima di lei innumerevoli reporter. Il fattorino rimase pietrificato da quello che vide, anche se non era la prima volta che gli accadeva, e non sarebbe stata nemmeno l’ultima, ma ogni volta per Liv era una piacevole sensazione che le scorreva lungo la schiena come un massaggio. I suoi centosettantotto centimetri erano inguainati in un tubino senza maniche nero come la notte e lucido a tal punto da riflettere, sebbene distorti, gli oggetti a lei vicini, come la pila di carte sulla scrivania e il telefono, un vecchio modello in bachelite nera. Liv si alzò e si avvicinò al giovane, girando attorno alla scrivania lignea, il suono degli altissimi tacchi a spillo era l’unico rumore oltre all’accelerato respiro di Thomas e allo scricchiolio del vestito, che si fermava appena sotto il bacino mostrando le calze in seta. Il giovane era sicuro che la riga dietro fosse così dritta e precisa che nemmeno se fosse stata dipinta si sarebbe potuto fare di meglio.
“Sorpreso? Eppure non è la prima volta che lo metto, questo vestito…” sorrise lei, mettendo le mani dietro la schiena e stringendo le braccia come se indossasse un monoguanto, mettendo in risalto il suo decolleté, già abbondantemente visibile, anche se in maniera elegante, per via del taglio del tubino.
Il fattorino, sovrastandola di quasi venti centimetri, sbiancò e dovette appoggiarsi ad uno degli schedari. Nel far ciò, schiacciò il pacchetto che ancora teneva tra le mani, e che ora si trovava bloccato tra la sua mano sinistra e uno degli schedari.
“Oh mamma, mi scuso…” esclamò, risollevandosi immediatamente ed osservando il danno. Il pacchetto era leggermente piegato, indice che conteneva qualcosa in cartone o in plastica leggera.
“Tranquillo. Se non altro, se era una bomba, ora l’avresti disattivata… Ma chi può mandarmi un pacchetto tanto squallido? Non ha gusto, uno che usa solo della carta marrone da pacchi e della corda di così bassa fattura.”
“Il portiere ha detto che lo ha consegnato uno sconosciuto questa mattina presto, e che se n’è andato di corsa come se avesse avuto il diavolo alle calcagna…”
Liv era curiosa di natura, e ricevere un pacchetto senza un mittente la stimolava quasi quanto indossare un vestito nuovo. Se poi il mittente era scappato via, decisamente lei doveva scoprire il più possibile. Thomas lasciò l’ufficio chiudendo la porta, e immediatamente Miss Latexale si mise all’opera. Il pacchetto non aveva nulla di particolare, nessun riferimento o qualche cosa che potesse renderlo diverso da un qualsiasi altro pacchetto. C’era solo il suo nome scritto con un pennarello indelebile su un piccolo pezzo di carta mezzo stropicciato e infilato tra i lembi di carta su uno dei lati lunghi.
“Un tipo nervoso, dal tratto, o stava scrivendo su un treno in corsa saltellando…” osservò ironicamente, strappando con delicatezza la carta. All’interno c’era una confezione di cioccolatini di marca dozzinale. “Non solo la qualità è pessima, ma anche la confezione aperta… Chiunque esso sia, non ha classe!”
All’interno della scatola la donna trovò un foglietto di carta, scritto dalla stessa mano tremante, ma con una biro blu. Sollevandolo per osservarlo meglio, vide che uno dei cioccolatini era stato sostituito da un dado esagonale in acciaio. Lesse il foglietto di carta velocemente, aggrottò le sopracciglia per un istante, quindi lo rilesse con più calma.
“Questa sera alle otto, un carico giallo alla porta cinque.” Liv prese in mano il dado e lo osservò attentamente. Sembrava nuovo, la superficie ancora coperta da una specie di olio leggero che ne impediva l’ossidazione, quindi delle strane sigle con lettere e numeri in rilievo sulla superficie.
“Non conosco molto di bulloni, dadi e altra roba meccanica, ma so chi può fare al caso mio… Ed è anche ora di pranzo!”, sorrise lei, infilando il dado nella borsetta che la seguiva ovunque.
La reporter fece una telefonata, accordandosi con un suo amico per un veloce pranzo ad un vicino ristorante, quindi inguainò le braccia in lunghi ed aderenti guanti neri in lucido vinile, lo stesso materiale del suo vestito, indossò un leggero spolverino color avorio e uscì. Henry la stava già aspettando appena fuori dal locale quando lei scese dal taxi, ed aveva già provveduto a farsi dare un tavolo in una posizione riservata, un privilegio che denotava la sua assiduità nella frequentazione di locali di alta classe.
“E’ molto tempo che non ci vediamo, ma ogni volta è la stessa sensazione nel rivederti. Sei sempre più bella. Risplendi come una stella in questa notte senza fine!” la salutò lui, facendole il baciamano.
“E tu sei sempre più adulatore…” sorrise lei, leggermente imbarazzata ma compiaciuta.
Dopo essersi seduti e aver ordinato un primo e un dessert, la conversazione arrivò immediatamente al punto.
“Come ti ho accennato al telefono, questa mattina ho ricevuto uno strano pacchetto, con uno strano messaggio e questo dado…” disse lei, estraendo dalla sua borsa l’oggetto in questione e porgendolo all’uomo, che poteva avere attorno alla quarantina di anni, quasi calvo, un fisico più che robusto ad indicare la sua passione per il buon cibo oltre che per le belle donne, una rada barba forse frutto di incuria, più probabilmente di un quotidiano appuntamento dal barbiere.
“Un dado esagonale, testa alta, tre quarti di pollice, con battuta a sostituzione della rondella, in A2, acciaio inossidabile normale… Un dado qualsiasi…” bofonchiò lui, forse più interessato ai fusilli con gamberi e listarelle di peperoni rossi e verdi che al dado.
“Niente altro?” chiese impaziente la donna. Sapeva che doveva esserci dell’altro, o la sua indagine era finita prima di iniziare.
“Niente altro…” mangiò l’ultima forchettata di fusilli e si pulì la bocca con il tovagliolo prima di bere dell’acqua. “Forse ho una mezza idea di chi l’ha prodotto.”
“Non vedo marchi o altro sul dado. Qualche codice?”
“No, solo azzardo. In tutta Ropeville c’è solo una azienda che produce questi bulloni, come molti altri tipi, comunque. E non credo che qualcuno si prenda il disturbo di far arrivare dall’esterno un dado solo per uno scherzo, anche se alla più grande reporter di Ropeville…”
“E se lo avessero preso da una ferramenta? Ce ne sono tanti qui in città. Il commercio di catene, lucchetti e materiale da fai da te, soprattutto nastro telato e corda è un affare lucroso…”
Henry scosse la testa. Il cameriere ritirò i piatti. Henry, sapendo che Liv non beveva superalcolici mentre era impegnata in una delle sue indagini, ordinò un whisky per accompagnare il dolce, una cioccolata azteca.
“Scusami per l’interruzione. Forse ho fatto una scelta azzardata con un torbato, ma nella vita bisogna rischiare, no? Comunque non credo, e anche se fosse, tutti qui usano solo i dadi di questa ditta. E’ la Nutsbolts RV Ltd, nella vecchia zona industriale.” Liv sussultò involontariamente, e un sudore freddo le scivolò tra la pelle e il vestito. L’uomo se ne accorse. “Ti dice qualche cosa, mia cara?”
“Forse… Devo controllare subito una cosa. Henry, perdonami, ma ti devo lasciare …” si scusò lei, alzandosi.
“Ma non è ancora arrivato il dolce, mia cara… Sarebbe un peccato capitale perdersi questa cioccolata. Gli Aztechi…” Si bloccò e accennò un sorriso. “Tu hai in mente solo la Nutsbolts in questo momento…” Sospirò. “Mi devi una cena a casa tua…”
“Te lo giuro. Settimana prossima, sabato sera …” continuò lei, infilandosi i lunghi guanti che erano mollemente appoggiati alla sedia. Lui la stava mangiando con gli occhi. “Henry, credo anche che saprò come vestirmi per la serata… Mi concederai il vezzo dei guanti lunghi a tavola?”
Lui si alzò e la aiutò ad indossare lo spolverino e le baciò nuovamente la guantata mano.
“Con vero piacere, mia dolce Liv.” Sorrise.
La vide uscire di corsa, instabile ma incredibilmente erotica su dei tacchi che gli provocavano le vertigini al solo vederli.
“Meglio di un babà al rum…” commentò, per poi risedersi e finire il pranzo.
Appena ritornata in ufficio, la reporter iniziò a frugare nei suoi archivi, così eccitata da ricordarsi solo di gettare lo spolverino su una sedia. Le lucide e nere dita viaggiavano veloci nel cercare quello che Liv si ricordava aver catalogato relativamente alla Nutsbolts RV Ltd.
“Finalmente!” esclamò quasi con un sospiro recuperando dalle innumerevoli cartellette una in particolare, con dentro qualche ritaglio di giornale e alcune fotocopie stinte di rapporti della polizia. “La Nutsbolts RV Ltd. è stata più volte accusata di aiutare la malavita locale a immigrare clandestinamente gente disperata proveniente dai paesi più disagiati, ma nessuno è mai riuscito a trovare niente di niente sulla dirigenza o su qualsiasi altra figura dell’azienda.” Mormorò mentre rileggeva velocemente quanto contenuto nella cartelletta. “Quindi, se il mio intuito non si sbaglia, quel carico giallo che viene citato nella lettera potrebbero essere degli orientali, e la porta cinque…” sorrise e mise via la cartelletta, quindi arraffò la borsa, controllando di avere la sua fidata macchina fotografica, e si gettò fuori dall’ufficio come una furia. “Sono sicura che sarà il mio ennesimo scoop! Ma prima, un salto a casa, non posso certo andarmene in giro la sera con questo straccetto!”

Dopo essersi fatta una doccia e profumata, Liv si soffermò più che qualche minuto a cercare il completo più adatto per la sua serata di divertimento nella zona industriale. Provò varie combinazioni, ma alla fine decise di optare per qualcosa di comodo e di elegante allo stesso tempo.
“Non sarò certo Catwoman…” sorrise.
Per scongiurare la possibilità che si potesse vedere la bruttissima riga degli indumenti intimi, erano anni che evitava del tutto di indossarli se non per esibirli, come faceva con i suoi reggiseno o i suoi top, e quella sera non fece eccezione. Un fine velo di talco profumato la aiutò a infilarsi gli aderenti pantaloni in lattice nero, che lucidò con cura quasi maniacale prima di indossare gli stivali in pelle nera ma morbida come seta, quelli che ormai la avevano accompagnata nelle sue avventure varie volte, con i loro alti tacchi e quella leggera pressione su quasi tutta la gamba, simile al massaggio di un esperto. Si osservò un attimo nel grande specchio del guardaroba, quindi strizzò il suo già piccolo torso in un bustino sempre in lattice nero, dallo spessore maggiore e con una lavorazione che lo rendeva satinato internamente, per meglio scivolare sui vestiti o sulla pelle nuda, rinforzato con delle leggere stecche in lega leggera annegate nella gomma. Quando l’indumento fu chiuso completamente con robusti lacci in seta nera la donna aveva un giro vita decisamente più piccolo rispetto al normale, ma questo non faceva altro che far risaltare i suoi seni, abbracciati dalle morbide coppe preformate, lo sguardo attirato ad essi dal grosso fiocco formato dai lacci.
Con cura, per evitare di rovinarli o strapparli, Liv infilò i lunghi guanti in lattice nero, e solo quando fu sicura che non ci fosse più traccia di bolle di aria o ogni grinze si apprestò a lucidarli nello stesso sensuale modo in cui aveva reso una superficie a specchio i pantaloni e il corsetto.
“Amo questi guanti, sono così lunghi ed aderenti che certe volte mi domando se un giorno o l’altro non me li ritroverò incollati per sempre alle braccia… Se solo avessi anche un vestito da sera nello stesso materiale, magari con una lunga gonna a tulipano e o strascico, come una nobile. Sarei la stella dello spettacolo, all’Opera…”
Decise per un trucco leggero, solo del rossetto e un velo di fard e mascara, quindi sistemò l’ultimo accessorio del suo vestito, un collarino in lattice nero con delle piccole stecche all’interno, simile al corsetto che già indossava, con una forma appuntita che spostava lo sguardo verso il decolleté e allungava, snellendolo oltremodo, il collo. Chiuso nella parte posteriore, coperta dai capelli, da una serie di lacci sempre in seta nera, quando finalmente fu allacciato completamente, il collarino le impediva in maniera quasi sensuale di muovere la testa e di piegare il collo, oltre a darle quella strana, piacevole sensazione di mancanza di aria, una sensazione non dissimile da quella provocatale dall’ultimo bicchiere di champagne millesimato che Henry le aveva offerto tempo addietro, e che ancora ricordava con piacere. Dallo specchio la osservava una figura altera, regale, sicura di se anche se in qualche modo legata dagli stessi indumenti che le davano quel senso di protezione e di potenza. Controllò la macchina fotografica, il rossetto e quanto altro le poteva servire quella sera, prese la leggera giacca in pelle appena sotto il giro vita e si gettò nella notte eterna di Ropeville, diretta alla vecchia zona industriale, dove arrivò qualche minuto prima dell’orario che aveva letto nel foglietto.
“Ho il tempo di sistemarmi, visto che ho subito trovato la porta contrassegnata con il numero cinque. Certo che sono davvero curiosa di sapere chi mi ha mandato quel messaggio. Di certo qualcuno che voleva far smettere un ignobile traffico di persone, magari qualche immigrato con più coraggio di altri…” pensò la donna, muovendosi nella fredda notte senza luna.
La porta, contrassegnata da uno stinto numero in vernice arancione, era un vecchio e ormai in disuso cancello a due battenti in ferro, chiuso da un lucchetto e ricoperto in parte da edera e altre piante rampicanti che si erano impossessate dell’area da ormai vari anni. Alle otto esatte una berlina dai vetri oscurati si fermò proprio di fronte al cancello, e due figure vestite di scuro, due grandi e muscolosi uomini scesero dalla macchina e iniziarono a guardarsi in giro, la mano destra infilata tra la giacca e la camicia a rigoni bianchi e marroni. La luce dei fari illuminò per un istante una fondina in cuoio e una postola automatica.
“Guarda che cravatta! Come si può scegliere una regimental su quella camicia…” ridacchio Liv, tentando di non pensare alle conseguenze di un eventuale uso da parte dei malavitosi della pistola, soprattutto se nei suoi confronti.
“Lo spettacolo abbia inizio…” mormorò la reporter, inquadrando le due guardie del corpo, nascosta dietro una centralina della corrente elettrica poco lontana dal luogo dove si era fermata la macchina.
“E tu sarai la protagonista!” esclamò qualcuno, una voce maschile, alle sue spalle.

Prima che riuscisse a voltarsi, Liv sentì un secco dolore al collo, e cadde priva di sensi, per risvegliarsi solo alcune ore dopo, se il grosso orologio alla parete non mentiva, segnando quasi le undici. La stanza era male illuminata da un neon che funzionava ad intermittenza, generando un fastidioso ronzio.
“Capo, sembra essersi svegliata!” esclamò una voce maschile dietro di lei.
“L’ho visto anche io! Per un momento ho pensato che Al l’avesse colpita troppo forte” rispose un’altra voce, proveniente dalla sua destra.
Liv provò a muovere il collo, ma il dolore proveniente da dove l’avevano colpita la fece desistere. Ringraziò il suo collarino per averle protetto in parte l’impatto, o chissà se si sarebbe potuta risvegliare. La sua testa si stava snebbiando. Quando tentò di muoversi, si accorse che era assolutamente in balia del nastro adesivo che i suoi rapitori avevano utilizzato senza economia su di lei e sul suo completo in lattice. Da quello che poteva capire era seduta su una sedia in legno di basso costo, una di quelle che si possono trovare nelle osterie o nei ristoranti economici, se era uguale alle altre due di fronte a lei.
“La seduta sicuramente è la stessa, in paglia o qualche cosa di simile, sento delle piccole e fastidiose asperità attraverso il lattice dei miei pantaloni.” Pensò tra sé e sé.
Le caviglie erano state unite da parecchi giri di nastro adesivo grigio, di quelli da idraulico, e la stessa sorte era toccata alle ginocchia, sopra e sotto le stesse, rendendo le sue gambe un’unica entità. Con dell’ulteriore nastro le caviglie erano state fissate alla gamba anteriore sinistra della sedia, costringendola a una posa un po’ azzardata sull’instabile seggiola. Le braccia erano state piegate dietro la schiena e i polsi fissati ai gomiti tramite altri stretti giri di nastro adesivo, che continuava fin oltre le dita, immobilizzandole le mani sui gomiti stessi.
La posizione è alquanto comoda, devo ammetterlo, e se non sbaglio è una tecnica giapponese, lo Shibari, anche se viene abitualmente compiuto con della corda. Anche con il nastro non è poi così male, anche se perde parte del suo fascino. Sicuramente la mia postura ne risulta migliorata, non quanto con un monoguanto, magari di spessa gomma con delle cinghie che si incrociano sul davanti, ma…” sospirò, obbligata a far entrare e uscire l’aria dal naso, poiché le sue labbra erano sigillate sotto il bavaglio, realizzato con tre strisce applicate diagonalmente e orizzontalmente sopra la bocca, occupata da una pallina di spugna di gomma che le riempiva in maniera vagamente fastidiosa ma certamente erotica l’intera bocca.
“Fortunatamente la pallina sembra nuova, odio le cose di seconda mano…” pensò Liv, tentando di muoversi, ma le bande di nastro sotto i suoi seni e all’altezza dello stomaco la bloccavano completamente alla sedia. “E devo ammettere che chiunque mi abbia legato sa il fatto suo, e non credo che sia solo fortuna. Non è da tutti immobilizzare le braccia in questo modo senza bloccare la circolazione… Se non fossi in una situazione, come dire, leggermente spinosa, credo proprio che mi divertirei molto…” sospirò lei, mugolando lentamente nel bavaglio.
“Ti sei resa conto di essere nei guai, impicciona di una reporter?” chiese quello che era sembrava essere il capo. Il tono della sua voce non prometteva nulla di buono.”Sono quasi due anni che mi stai alle calcagna, e grazie ai tuoi continui attacchi alla mia organizzazione ho avuto notevoli problemi, ma ora è finita. Ora sarò io a contrattaccare, e in maniera decisamente pesante…”
Miss Latexale iniziò a divincolarsi con tutte le sue forze, ma il nastro adesivo, così resistente e avvolgente, non la lasciò dal suo gentile abbraccio. Lo sforzo non fece niente altro che obbligarla a respirare affannosamente dal naso e a scaldare la già madida pelle, da ore avvolta nella gomma dei suoi vestiti.
“Non si preoccupi, miss impicciona, non voglio ucciderla.” Rise, una risata che sapeva di troppi sigari e di vita sregolata. “Al contrario, l’ho condotta qui solo per farle vedere come sia facile farla cadere in trappola. In questo momento, dei miei uomini stanno occupandosi dell’ultimo carico di materiale di contrabbando, ma dalla parte opposta della città. Lo sfruttamento di poveretti che vogliono venire in questo paese non rende più come qualche anno fa… Ho smesso da tempo, e questa è solo una vecchia fabbrica abbandonata vicina a una ormai rispettabile industria metallurgica. Solo una sciocca poteva pensare che qui si poteva nascondere una banda di contrabbandieri di persone…” rise di nuovo. Si era acceso un sigaro, Liv ne sentiva l’odore, tutt’altro che buono.
“Mmmgmhhh, nnngghh!” mugolò la donna, agitandosi, ma la sedia, minacciando di cadere, la spinse a riconsiderare le sue azioni.
“Non morirà, se di questo ha paura, né la abbandonerò qui. Io ora me ne andrò, e la prossima volta che ci vedremo non sarò così gentile. La lascerò qui fino al mattino, quando una telefonata anonima avvertirà la polizia e la stampa. Si immagina che scoop per i suoi colleghi? La lascio in buone mani, John e Jack sanno cosa devono fare. Sono lenti, ma precisi…” la voce sembrò voltarsi e poco dopo la donna udì una porta aprirsi e chiudersi, e passi di due persone distinte allontanarsi dalla piccola stanzetta.
Ancora una volta Liv si agitò con tutte le sue forze sulla sedia, senza ottenere migliori risultati se non quello di cadere.
“Mmmmmmphhh!” mugolò lei per il dolore.
“Secondo te si è fatta male?” chiese il primo che aveva parlato quando si era risvegliata.
“Io non lo so. Magari se glielo chiediamo ci risponde?” chiese un altro.
“Credo di sì…”
Uno dei due si avvicinò finché non entrò nella visuale della reporter.
“Si è fatta male?”
“Mmmghhtt, nnnghh!” mugolò lei, sperando che il nastro adesivo coprisse quello che realmente gli aveva detto, un’esclamazione per niente femminile.
“Non riesco a capirla. Forse è straniera…”
“Il classico gangster grande, grosso e stupido…” pensò lei, muovendosi lentamente per controllare se in qualche modo ciò che la legava poteva cedere. Il continuo massaggio del nastro adesivo e l’aroma del lattice caldo assieme al sottile profumo del suo talco stavano iniziando a piacerle in modo impressionante.
“Io credo che se le togli il bavaglio riusciamo a capirla meglio…”
L’uomo tolse con cura le tre strisce di nastro dalle labbra della reporter e le tolse la pallina di spugna, che Liv scoprì essere poco più piccola di una pallina da tennis.
“Ecco perché era così scomoda. Io di solito sono abituata a quelle di una misura inferiore. Non sanno davvero cosa vuol dire essere dei gentiluomini…” sospirò, quindi sorrise. “Grazie!” disse, la voce un po’ gracchiante per la secchezza della gola e delle labbra.
“Prego. Io e il mio amico ci chiedevamo se si era fatta male…”
“Beh, un po’ sì. Avete intenzione davvero di lasciarmi sola fino a domani mattina, e a chiamare solo allora la redazione, lasciandomi sdraiata sul pavimento, con il rischio di rovinarmi il vestito?”
“No, no.” Esclamò lui, risollevandola come se fosse un fuscello. Il capo ci ha detto di aspettare fino all’alba prima di telefonare. E noi obbediamo sempre a chi ci dice cosa fare…”
“Già, già!” confermò l’altro gangster, rimasto alle spalle della donna.
“Capisco. Ma non vedo perché tutto questo…”
“Così lei fa una brutta figura, visto che verrà scoperta legata e imbavagliata dai suoi colleghi, e tutti sapranno che lei si è fatta battere…” Entrambi risero a lungo, finché non ebbero più fiato. “Ora ha capito?”
Lei sospirò.
“Ma così non otterrete nulla…” sorrise, dimenandosi ancora un po’ sulla sedia. Iniziava a vedere uno spiraglio di luce nella faccenda, e quindi iniziò ancora di più a godersi la sua situazione. Era quello che la spingeva a fare il lavoro che faceva. “Io non mi vergognerei se la mia redazione mi scoprisse, anzi, nessuno scriverebbe nulla…” mentì spudoratamente.
“Davvero?” chiesero spaventati i due malviventi.
“Già… Se però…” iniziò.
“Se però cosa?” ripeté l’uomo alle sue spalle.
“Oh, nulla, nulla…” mormorò lei. “Imbavagliatemi nuovamente e fate quello che vi hanno detto di fare. Non preoccupatevi per me…”
“Eh, no! Se possiamo per una volta fare bella figura davanti al nostro capo, dobbiamo farla. Se lei sa come possiamo fare per renderle la vita più difficile, la prego, ce lo dica…”
“Ma io non so se…” mormorò la donna, quindi sospirò nuovamente. “E va bene, ma solo perché siete stati gentili con me. Quello che sto per dirvi tenetevelo per voi.”
“Parola di boy-scouts!” si mise la mano sul cuore il malavitoso davanti a lei.
“Io ho un amico, diciamo un amico molto particolare…Sì, insomma, è il mio fidanzato!”
“Uomo fortunato!” esclamò l’uomo alle sue spalle.
“Grazie!” sorrise lei. Quasi le spiaceva prenderli in giro fino a quel punto, non erano poi così cattivi. “Ma tornando a noi. Questo mio fidanzato lavora come me al giornale di Ropeville, ma fa il fattorino. Lui vorrebbe che io smettessi di fare un lavoro così pericoloso, e francamente non saprei dargli torto, e quindi se lui venisse a sapere prima degli altri che io sono in pericolo, si arrabbierebbe così tanto che io non avrei più il coraggio… il coraggio di…” singhiozzò, come solo le donne sanno fare, e poté quasi udire il cuore dei due uomini creparsi, mentre entrambi tiravano su con il naso. “Il coraggio di farmi vedere da lui come reporter che rischia la vita!” Liv si trattenne dal piangere solo perché si rese conto che il suo mascara non era waterproof come il suo vestito, così continuò solo a singhiozzare sommessamente, mentre i due uomini iniziarono parlottare tra di loro animatamente, togliendosi dal suo campo visivo.
Dopo un tempo che le sembrò un’eternità, durante la quale il suo unico conforto fu il nastro adesivo che le comprimeva gentilmente i fianchi e le serrava le gambe e le braccia, lo stesso gangster di prima le si parò davanti.
“Ci può dare il numero del suo fidanzato? Lo chiameremo qualche ora prima di chiamare la sua redazione, così se non la libera lui arrabbiandosi lo verrà comunque a sapere dalla redazione…” ridacchiò, tentando di simulare la rauca risata dello sconosciuto che lo comandava.
“Sapete che siete estremamente malvagi?” concluse lei dopo aver dato loro il numero di telefono di Thomas, che fortunatamente teneva nell’agenda nella sua borsa, appoggiata sul tavolo.
“Grazie!” sorrise soddisfatto, quasi una smorfia, il gangster. “Ora, se non le spiace, dovremmo imbavagliarla nuovamente…”
“Oh… va bene, ma potreste farmi un favore?”
“Se possiamo, è stata gentile con noi. Cosa ne dici, Jack?”
“Certo, averne di rapite come lei, signorina…”
“Potreste lavare la sfera di spugna prima di rimettermela in bocca? E gradirei se utilizzaste delle strisce diagonali più lunghe, mi piacerebbe sentile appena sotto gli occhi...”
“Certo. Se conosco le donne, scommetto che ha anche qualche fissa con il rossetto, no?” ridacchiò il gangster chiamato Jack. “No no sono bravissimo, ma se vuole le posso rifare almeno il rossetto, se me lo permette. Almeno che il suo fidanzato la trovi al meglio…”
Liv fu davvero colpita dalla gentilezza di quei due uomini, e singhiozzò davvero per la prima volta in quella sera.
“Grazie, siete davvero gentili.”

“Davvero è andata così?” chiese Thomas, le lacrime agli occhi per il troppo ridere.
“Te lo posso assicurare!” rispose Liv, seduta sulla poltrona del suo ufficio, vestita ancora con il completo di lattice nero, il giubbotto di cuoio gettato sulle spalle a coprirle le braccia.
“E ha qualche idea di chi sia stato il tuo rapitore?”
“Nessuna, ma ho intenzione di scoprirlo al più presto…”
Thomas guardò l’orologio distrattamente e trasalì.
“Oh mamma, sono in ritardo per le lezioni all’università.”
“Mi spiace, te le ho fatte perdere io…”
“Nessun problema, questo è stato decisamente più interessante della lezione di giornalismo. A questo punto non mi resta che tornare al lavoro.”
“Io invece tornerò a casa e mi farò una bella dormita…” sospirò la reporter, alzandosi. “Thomas?”
“Sì?”
“Potresti farmi un ultimo favore?”
“Se posso, volentieri.”
“Mi potresti accompagnare a casa e venirmi a prendere questa sera…”
“Certo, ma… Non vorrà dirmi che…”borbottò lui incredulo.
“Perché no? Potrei anche abituarmi all’idea…” sorrise lei sorniona, mentre il giubbotto le cadeva per terra, mostrando le braccia ancora piegate e coperte di nastro adesivo, nascondendo completamente i suoi lunghi guanti, un ultimo regalo dei gangsters prima di lasciarla sola.

 
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